di Luca Marcolini
C’era una volta il calcio. Lo sport più amato dagli italiani. Tanto amato da arrivare poi, pian piano, a distruggerlo. In una società civile e sportiva, trovandoci nel 2026 e non nell’età della pietra, dove la giustizia dovrebbe rappresentare il caposaldo a tutela dei valori sportivi veri – e non quelli delle beghe economiche che governano e guidano oggi il calcio – ecco che ora, invece, per decidere i campionati basta non pagare, autoliquidarsi, magari fallire. Mandando così all’aria progetti sportivi, seri, costruiti faticosamente a suon di qualità, come l’Ascoli di mister Tomei dell’era Passeri insegna.
Poco importa se una società come quella bianconera incanta sul rettangolo di gioco e riceve plausi e punti, come dimostrano le 9 vittorie consecutive e tanto altro ancora: basta un proprietario, come quello della Ternana, che aspetta le ultime due giornate per liquidare e mandare tutto e tutti al diavolo per proprie beghe e dispettucci reciproci con il sindaco Bandecchi e, contestualmente, fa crollare tutto il castello del campionato di serie C girone B. Quello vero, quello sul campo. Una volta, chi non si presentava sul terreno di gioco, qualunque fosse la propria situazione, veniva dichiarato sconfitto a tavolino e danneggiava solo se stesso. Adesso, invece, – come avvenuto anche col Rimini – chi si accorge d’improvviso (ma finora a cosa pensava?) di avere debiti milionari, può fare il bello e cattivo tempo e decidere le sorti del torneo. Alla faccia del calendario e quasi per dispetto nei confronti chi, con sacrifici e passione, ha predicato e praticato il bel calcio (come l’Ascoli Calcio). Ma ora la palla passa anche alla Lega Pro: che parte reciterà? Avrà un sussulto di orgoglio necessario per difendere il patrimonio calcio dalle strumentalizzazioni economiche?
