Silenzio sì, ma senza dimenticare tutto quello che non si è fatto…

di Luca Marcolini

Molti scelgono, oggi, il silenzio per una questione di rispetto, di condivisione del dolore dopo una grande ferita che si è aperta lo scorso 24 agosto e che oggi più che mai è ancora lì, senza quelle azioni concrete che possano almeno alleviare questo straziante dolore che ha cancellato storie e identità dei centri montani alle porte di Ascoli. Il silenzio è una scelta giusta e giustificata per tutti coloro che ritengono di dover stare al fianco delle persone che ancora soffrono e che non riescono – purtroppo – ancora a credere ad uno spiraglio possibile per rivedere la luce. Una scelta che forse vale più di tante parole di fronte a un anno di annunci, di promesse, di passerelle e di procedure aggrovigliate, lente, inefficaci, molto spesso inutili. Il silenzio della riflessione è sicuramente importante, necessario.

Ma in questo “stand by” di 24 ore,voluto proprio per sottolineare senza parole tutto ciò che non è stato fatto (ed è sotto gli occhi di tutti) in un anno, concedeteci di non abbassare la guardia (esclusivamente quale organo di informazione che deve fare il proprio dovere) e di rimarcare l’assenza totale non di parole, di certo, ma di risultati e azione concrete adeguate a quello che l’emergenza terremoto richiedeva.

Perché se le persone devono poter manifestare col silenzio le loro emozioni di dolore e vicinanza misti a rabbia e indignazione, un giornale sente il dovere di rimettere in piazza tutte le carenze di un sistema di ricostruzione e ripartenza del territorio che non ha affatto funzionato. Andato avanti tra procedure sperimentali, evidenziando così come in un Paese a innegabile rischio sismico come l’Italia proceda, nonostante tutti i danni subiti, proceda ancora a tentoni senza far tesoro di ogni esperienza passata.

E allora vogliamo scrivere anche oggi di quello che le persone che hanno dovuto sacrificare la loro vita meriterebbero, a partire da una forte e incisiva azione per non cancellare definitivamente quei paesi nei quali fino alla fine hanno voluto vivere con amore viscerale. La risposta? Tante processioni ufficiali, ma solo qualche centinaio di casette ed interi paesi deportati e stabilizzati lungo la costa.

Vogliamo riscrivere delle strade ancora bloccate e abbandonate, delle scuole ricostruite – laddove possibile – solo grazie a donazioni…

Vogliamo scrivere dei paradossi e delle beffe che, sicuramente in buona fede, hanno addirittura allungato i tempi dei sopralluoghi, tra schede Fast e Aedes, tanto da lasciare gente in case potenzialmente inagibili, come sta accadendo ad Ascoli, per almeno 14-15 mesi. E gettando fuori dalla porta, seppur provvisoriamente, grazie al metodo Fast, famiglie che in casa non avevano neppure una crepa.

E ancora, come tralasciare i contributi che andranno, con la nuova zona franca, a chi arriverà in maniera automatica ora, con una nuova impresa, nelle zone terremotate, mentre chi ha perso clienti, incassi e anche la voglia di lottare di fronte alla grande fuga di residenti dovrà prendere la calcolatrice per cercare di capire se il danno subìto sia pari ad un -25% rispetto ai fatturati dell’anno precedente? E che ne sarà di chi, invece, avrà perso solo il 24% o giù di lì?

In questo anno ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, indipendentemente dalle strumentalizzazioni politiche di una parte o dell’altra. E tutto questo, pur rispettando e condividendo il silenzio dei tanti che vogliono stringersi attorno a chi ancora sta soffrendo in queste zone dell’Italia centrale, consentitecelo. Ci sentiamo in dovere di tenere alta l’attenzione su tutto quello che non si è fatto per tendere davvero la mano a chi ha perso tutto e non vuole (anzi, non deve) essere dimenticato.

Il Piceno e le altre zone del cratere, forse, tremano ancora. Non per il terremoto, ma stavolta per la paura di non vedere all’orizzonte immediato un possibile ritorno alla normalità.

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Direttore responsabile della Gazzetta di Ascoli Giornalista professionista e scrittore

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